2 e 6 dicembre. Seminari di dottorato sulla recitazione a cura di Anna Sica

Due seminari sulla recitazione di Anna Sica. 2 dicembre ore 15.00 Aula seminari e tesi – 6 dicembre ore 15.00 Aula D.

 Il crollo della verità/ la creazione della verità: studi sulla recitazione

Lunedì 2 dicembre  2019

Parte I. Il crollo della verità

Sommario (o detto anche abstract)

L’interesse primario della storiografia, e nel nostro caso di quella teatrale è rivolto alla comprensione del passato i cui aspetti sociali, culturali, politici, artistici, e dei singoli si sono compiuti e conclusi. Del contemporaneo si può concettualizzare. E la revisione della concettualizzazione dei contemporanei sui dati tramandati è necessaria. La ricerca storiografica richiede un aggiornamento continuo della recezione di fatti e assunti, e scarta ogni teorizzazione che emerga da ipotesi concettuali e che non sia affermata da verifiche inconfutabili. Il fine primario della storiografia è quello di ridurre la distanza tra noi e il passato, e non di leggere il passato per soddisfare richieste ed esigenze del nostro Oggi.

Luigi Bonazzi (in Gustavo Modena e l’arte sua  1865) scrive nel suo avviso “ai lettori” che in generale «l’attore drammatico porta tutto se stesso nella tomba» Quanta romantica affabu­lazione in tale assunto! Peccato che Bonazzi non abbia detto la verità! Gli attori della rappresentativa e del novo stile non solo non portarono via con sé il segreto della loro arte ma ci hanno lasciato una documentazione più che cospicua, tale da consentirci di riscoprirne sia le normative sia le rego­le d’applicazione.

Sebbene in alcuni studi di qualche anno fa sulla recitazione ottocentesca si sia notato che nei copioni ci sono segni che potrebbero far parte di con­venzioni codificate, non si è poi ulteriormente indagato per comprenderne il significato e la funzione. Quei segni, che sono stati anche interpretati come possibili notazioni vergate dal singolo interprete per propria personale memoria, non sono in realtà se non sigle o note appartenenti all’insieme complesso di un codice fonografico universalmente adottato per contrassegnare la declamazione sui copioni.

Ma per quale ragione è stata ritenuta trascurabile la declamazione? L’o­pinione accreditatasi ha considerato proprio i grandi attori italiani respon­sabili della svalutazione della declamazione e del discredito che la colpì. Ma i copioni degli attori ed i loro trattati ci raccontano tutt’altra storia.

Ci sono diverse tipologie di copioni: i copioni “mutilati” per ricavare “il copione per la compagnia”, i copioni che presentano sigle che sembrano ta­gli ma che invece sono i contrassegni delle assimilazioni dei gradi (grappa assimilativa) e delle gabbie tonali, i copioni “per suggerire”, che contengo­no la partitura vocale dell’intera messinscena, e così via.

Venerdì 6 dicembre 2019

Parte II. La produzione della verità

Sommario

La difficile arte della produzione della verità in scena riaffiora dallo studio delle sigle declamatorie usate dagli attori per contrassegnare i loro copioni. Queste rappresentano le norme e le regole della recitazione che i Riccoboni avevano definito Arte Massima. L’analisi delle fonti, che ci restituiscono la pratica declamatoria del metodo italiano di recitazione dalla sua genesi settecentesca fino all’alba dell’Unificazione del Paese, ci conduce gradualmente a far rivivere, fra le altre, l’interpretazione dell’Amleto di Tommaso Salvini. Le modulazioni dei trapassi di voce e la concatenazione dei gradi e dei toni, che Salvini ha segnato nel copione di Amleto, ci dicono che quella fu una interpretazione sapientemente bilanciata tra arte e politica. Salvini ottenne l’autorizzazione a mettere in scena Amleto il 14 luglio 1860. Garibaldi era sbarcato a Marsala in maggio. I suoi Mille combattevano in Sicilia per raggiungere la penisola, e il primo agosto avrebbero raggiunto le coste calabre. Napoli era l’ultima ridotta del vecchio ordine politico a resistere, prima dell’agognata unificazione. E lì, in quel caldo luglio, sul palcoscenico del teatro dei Fiorentini, Salvini presenta un Amleto mutilato, privo soprattutto delle scene più introspettive e sentimentali del testo shakespeariano. Egli potenzia le scene che evocano convergenze con le tensioni politiche e sociali italiane, e mette in evidenza in ogni battuta l’inevitabile ed imminente passaggio ad un ordine nuovo. Salvini coinvolge così il mitico principe di Danimarca negli afflati patriottici che si respiravano in quei giorni nelle vie e nei vicoli della città partenopea. Nella scena finale Fortebraccio e Amleto appaiono protagonisti di una profezia che si sarebbe avverata da lì a poco, la nascita della Nazione Italiana. L’Amleto, quello che ci restituiscono le concatenazioni dei gradi e delle voci dell’Arte Massima, è un eroe tragico che vince sul vecchio ordine, pur morendo. Non sono le scomposizioni e le ricomposizioni delle scene, o il depotenziamento di alcune scene o il rafforzamento di altre ad indicare l’originale interpretazione di Salvini, ma la complessa tessitura delle modulazioni e dei trapassi di voce contrassegnati nel copione.

Si allega qui la locandina dell’evento:

locandina

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